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Regalo anti tristezza e pro allegria

Miss Italia chiederebbe la pace nel mondo.
Io non sono Miss Italia e non posso chiedere tanto.
Però posso regalarvi una risata, che sarà piccola cosa, ma in questo mondo buio di tristezza è una candela che brilla.
Divertitevi e, per qualche istante almeno, siate spensierati come ragazzini.

9 – LO SPETTACOLO

Abbiamo cenato in un ristorante Argentino. Ho divorato una costata che pareva un quarto di bue e l’ho affogata in una pinta di birra. Dovevo prepararmi al seguito della serata. Scendo dal taxi dopo le altre e con le mani sprofondate nelle tasche del giaccone osservo il pitone di umanità che si snoda davanti all’ingresso del locale. Un campionario di donne, uomini, ragazzi e ragazze che spazia dal punk al dandy, dal rivoluzionario al professionista. Ecco cosa accomuna tutti, penso senza osare proferire a voce alta, il sesso. Paola e Giulia sono elettrizzate, io elettrificata dallo shock. Un passo dopo l’altro verso il patibolo e il boia che in questo caso è un uomo di colore che passa di un buon palmo i due metri. L’ampiezza delle spalle è sufficiente a bloccare l’intero portone d’ingresso, due ante specchiate che lasciano intravedere una luce azzurrina ogni volta che un beato oltrepassa le porte del paradiso. Ho l’impressione di essere l’unica dannata. L’armadio in doppiopetto e maglietta nera, mi fissa. Abbasso gli occhi.
Siamo in tre, perché guarda me? Come fa a conoscermi? Siamo ad Amsterdam e in questo posto non ci ho mai messo piede.
Gli occhi neri che galleggiano nel bianco della sclera si fanno due fessure, io sudo. La fronte di quella che sembra una palla da bowling si scolpisce di una ruga profonda un paio di centimetri, io sono in tachicardia. Poi, improvvisamente sorride e per poco mi abbaglia con tutto quel lampeggiare di denti. Ammicca e con una riverenza apre la porta e, non solo ci fa entrare, ci accompagna anche a un tavolo di quelli con vista privilegiata sul palco.
«Però, che trattamento», commenta Giulia.
«Ottimo inizio», puntualizza Paola.
Il buttafuori torna con una ragazza che porta un vassoio: champagne e tre calici.
«For the lady of the adventure, it’s on the house».
Per la signora dell’avventura offre dalla casa.
Di norma fa piacere essere riconosciuti, questa volta no. Stendo le labbra in un tentativo di sorriso e commento a mezza voce per le sole ragazze:
«E fanculo l’anonimato.»
La musica parte assordante, gli Aerosmith, Dude (looks like a lady). Paola versa da bere ballando da seduta e Giulia fa il brindisi: sesso, sesso, sesso!
Steven Tyler non ha ancora finito di cantare che sono già al terzo bicchiere. Si fa presto a finire le bollicine. Alzo la mano con la testa leggera e frizzante, la ragazza di prima vede e capisce al volo. Stappiamo la seconda bottiglia all’inizio dello spettacolo. Spogliarello con lap dance. Una biondona da un metro e novanta al netto dei tacchi entra in scena sulle note di Leave your hat on.
«E’ vestita coma Vanessa Liberti», fa Giulia con una smorfia.
«Si vestono dallo stesso sarto, quello delle baldracche di Corso Sempione», sputo acidità e sprofondo sul divano.
Gli occhi si staccano dal corazziere avvinghiato al palo e passano in rassegna la sala. Pubblico vario per età ed estrazione sociale. Chi con amici, chi con un compagno o una compagna, tutti bevono e seguono il ritmo ondeggiando. Chi con la testa, chi con le spalle, chi tambureggia col piede. Nessuno fa caso a chi ha vicino, d’altra parte la bionda si dimena come un boa che stritola una mucca.
Ma te guarda cosa mi viene in mente in una situazione del genere! Sarà che la scena mi aveva sconvolto a tal punto che avevo strappato il fucile dalle mani di un guerrigliero e avevo sparato al serpentaccio per salvare il quadrupede. Il bersaglio l’avevo colpito bene, alla bestia strisciante era saltata via la testa, a quella ruminante avevo perforato il cervello. Bevo per dimenticare la festa che avevano fatto in mio onore a base di filetto fresco.
Il reggiseno è già volato sulla testa calva di un uomo che applaude indemoniato. Gli slip, oddio, paiono gli elastici con cui si legano le treccine delle bambine, finiscono a un metro da me. Mi ritraggo schifata e urto Paola che ride.
«Se fosse scoppiata una bomba, non avresti battuto ciglio.»
«Una bomba al massimo ti ammazza, non ti attacca malattie.»
«Mica vero», corregge Giulia, «guerra chimica, epidemie provocate, ne sai qualcosa?»
E cavolo se ne so qualcosa. Mi rianimo subito, verso da bere e metto la bottiglia a testa in giù nel secchiello del ghiaccio a indicare una sostituzione.
«Operazione Rainbow, Tom Clancy. Magnifico attacco terrorista alle Olimpiadi di Atlanta. Un virus nebulizzato insieme all’acqua che rinfrescava il pubblico.»
«Magistrale, come quello di Potere esecutivo, l’ebola sparso per gli Stati Uniti», mi da corda lei.
«Strip maschile.»
La voce di Paola è sovrastata da quella di Sinatra, Learning the blues.
Ma no, diavolo mondo, ma perché questa canzone? Adesso, ogni volta che l’ascolterò mi verrà in mente questa scena. Un marcantonio in smoking che balla come Fred Astair. Fred Astair! Illuminazione. Ce l’ho, ce l’ho, devo scrivere, prima che scappi. E’ questione d’istanti, una rivelazione improvvisa che devi acchiappare al volo, prima che si disintegri in milioni di altre idee che sono solo l’ombra della luce che ti ha abbagliato. Se non annoto subito, so che non riuscirò più a ricordarlo con chiarezza ed emozione. Rovisto nella borsa, non trovo la Moleskine, solo la penna. Un tovagliolo di carta andrà benissimo. In preda a una furia creativa, mi isolo con la mia visione che prende forma tra pensieri e inchiostro. Sì, ce l’ho. La mia scena di sesso. Beh, non proprio sesso, diciamo un approccio serio. Chiudo gli occhi e sospiro, dalle spalle mi scivola un macigno. Li riapro e Paola sta infilando qualcosa nel tanga di Fred. Sogghigno e cerco il tovagliolo scritto per metterlo al sicuro. Non c’è, non c’è più. Un sospetto tremendo. La guardo e lei, la grandissima bastarda, sorride in un modo che Raffaello l’avrebbe presa a modello per un putto.
«Dove l’hai messo?» Ringhio come Zanna Bianca.
«Nelle mutande del fusto.»
Non capisco se Giulia è in preda a un attacco epilettico o solo ride da star male.
«Cacchio faccio adesso?» Mormoro impanicata.
«Vai ai prenderlo, prima che te lo sudi tutto e l’inchiostro si sciolga.»
La guardo con odio profondo, agguanto i dieci euro che mi sventola sotto il naso e vado. Si fa per dire vado, due passi e mi pietrifico. Realizzo che per trovare gli appunti, prima devo infilare i soldi e poi ravanare. Sbirciare anche, visto le mazzette di soldi che spuntano dagli slip. Faccio un passo in retromarcia, ma Fred, che nel frattempo si è strappato lo smoking, mi placa. Madonna che vergogna, con ’sto pirla qui che mi si struscia addosso. Mi fa anche schifo tutto sudato e poi, quel sorrisetto idiota! Faccio per girarmi ma lui, grifone, agguanta la mano con gli euro e la porta verso i paesi bassi. Oppongo resistenza, lui tira, io di più. Il tira a molla va avanti un pezzo, ma col cavolo che vince lui. La tentazione di tirargli una ginocchiata proprio lì sta per sopraffarmi, ma lì ci sono gli appunti. Non vorrei finissero spiaccicati insieme al resto. Decido in un lampo. Con la sinistra allargo l’elastico della foglia di fico in microfibra e lascio che lui avvicini la mia destra con i dieci euro. Con uno scatto del polso giro le dita e con quelle scompiglio le banconote che volano in giro. Il mio foglietto sta ancora cadendo quando lo agguanto e torno al mio posto tra gli applausi. Sprofondo nel divanetto e guardo il tovagliolo, parole intatte. Sollievo profondissimo. Fred sculetta a chiappe nude per raccogliere le mance che gli ho scompaginato.
«Al tuo coraggio, Anita», brinda Giulia ammirata.
«Com’era?» Paola, la carogna.
La musica è assordante e fatico a sentire. Anche a capire, non so se per l’alcool o per l’esperienza traumatizzante.
«Chi?»
«Il piccolo diavoletto» e assume le sembianze dello Stregatto.
«Il piccolo diavoletto?»
«Il diavoletto, il pitone, il pisello, chiamalo come vuoi, Anita, ma com’era?»
«E che ne so, io volevo gli appunti.»
Paola fa una smorfia e conclude.
«Comunque è stato facile come bere un bicchier d’acqua» e mi molla una pacca sulla schiena.
Lo champagne va di traverso, s’infila nel naso e frizza il cervello. Starnustisco, rabbrividisco, tossisco e ineveisco.
«Quante parole che finiscono per isco» dico e rido.
Mi sa che sono ubriaca.
«Non gridare.»
«Non sto gridando», scuoto la testa in direzione di Paola.
Le luci si spengono e piomba il silenzio sulla sala. Un attimo e il sipario si alza. Occhio di bue su una ragazza orientale che, in abito di seta lungo, sorride e si accomoda su uno sgabello. La musica riprende con sonorità da gong.
«Che cosa fa questa?»
Alla mia domanda nessuno da una risposta. Lo capisco da sola, quando le palline da ping pong incominciano a piovere sul pubblico che, estasiato, si esibisce in imitazioni di Dino Zoff per acchiapparle al volo. Non posso crederci. Sapevo di questi spettacoli, ho girato il sud est asiatico in lungo e in largo, e sono sempre riuscita a evitarli. Fino a questo momento. Sulla faccia mi si stampa un’espressione schifata, sono nauseata con tutto il mio essere. Tracanno un bicchiere mentre i traccianti dei lanci intimi della lancia palline percorrono la sala. Non posso guardare fino a che punto una persona si può degradare. Bevo di nuovo e osservo le unghie fino a che lo show finisce e l’artista (artista?) se ne torna nei camerini. Le auguro di venir seppellita da un container di palle da bowling.
Applausi e di nuovo musica, allegra e a tutto volume.
«Andiamo via? Mi fa schifo tutto».
«Anita, non gridare», mi rimprovera Paola.
«Non sto gridando», ribatto.
«Sì che gridi, abbassa la voce», le fa eco Giulia.
Mi giro a guardarla. La luce tremolante della candela non mi aiuta, stringo le palpebre per metterla a fuoco e invece lo zoom va su un signore distinto seduto poco distante. Mi pare di conoscerlo. E sì che lo conosco.
«Ehi, Francesco!» Mi alzo e agito la mano nella sua direzione.
«Sta giù e non gridare.»
«Non sto gridando.»
Cerco di rialzarmi.
«Ehi, Franci.»
«Azz Anita, è il tuo commercialista! Paola nascondila.»
Sento urgenza nel suo tono, ma non capisco perché. L’altra rovista nella borsa e trova qualcosa che m’infila in testa.
«Orecchie da coniglietta? Ma sei impazzita?» Giulia ha un’espressione inorridita.
«Se le infilavo il tanga di pelo la riconoscevano comunque.»
«Hai comprato un tanga peloso?»
«Da uomo e da donna.»
Seguo il dialogo come la finale di Wimbledon, le orecchie fanno swoshhh ogni volta che mi giro. Figo!
«E anche le palline e una paperetta. Le regalo per Natale», aggiunge Paola e mi da una pacca sulla mano che tasta un orecchio peloso.
«Mi hai fatto male.»
«Non gridare, santo cielo, parla più piano, anzi non parlare proprio.
Mi offendo e mi piego in avanti contrita, un orecchio finisce sulla candela e prende fuoco. A Giulia saltano fuori gli occhi dalle orbite e con uno zac da torero spegne l’incendio soffocandolo con il tovagliolo che abbraccia il collo della bottiglia di champagne. La terza? Forse la quarta, non me lo ricordo. Paola piega le orecchie che adesso mi pendono ai lati della faccia. Mi infila anche un paio di occhiali e su di me scende il buio.
«A chi regali palline e paperetta?» Giulia, la curiosa.
«Alla Drizzona e alla Filzina», risponde con i nomi in codice.
«Non vedo niente», mi lamento nella puzza di bruciato. «Davvero regali palline e paperetta alle due signore bon ton?» Sghignazzo divertita.
«Non gridare, porca vacca! Alzati e segui Giulia.»
«Scappiamo senza pagare?» Mi oppongo con un senso di giustizia Palladiano.
«No, no, pago io, non preoccuparti. Tu vai e non gridare.»
Mi convinco. Cammino e le orecchie ballonzolano. Bello. Muovo la testa e quelle ondeggiano. Sempre più bello. Chissà che succede se mi metto a ballare? Ci provo, ma abbiamo raggiunto l’uscita, Paola ci raggiunge. Levo gli occhiali e un flash mi acceca. Qualcuno grida cheese, io lo ripeto mettendomi in posa tra le ragazze. Le orecchie fanno swoshhh e scoppio a ridere. Un attimo dopo sono sul sedile posteriore di un taxi.
«Dove si va?» Chiedo euforica. «Andiamo a ballare?»
«Why are you shouting? I’m not deaf.»
Il tassista dice che non è sordo.
Cribbio, vuoi vedere che ho gridato?

Niente avventure, solo sesso, grazie

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Il suono di un messaggio spezza il mio stupore.
Paola chiede se, tra i miei numerosi impegni pre nozze, posso partecipare con lei alla presentazione di una nuova autrice. Di digitare non se ne parla, capace che Pasquale inchioda ed io mi spalmo sul cruscotto. Uso la nuova tecnologia e detto.
Certo, ça va sans dire.
Chi è Sandy?
Non la conosco.
Hai scritto che vieni con Sandy.
No, ho dettato un’altra cosa e il telefono ha capito Sandy.
A ecco, ero già in crisi. Pensavo a un nuovo fidanzato.
Sarebbero tre, allora.
Tre?????? Me ne mancano due.
Il cecchino, il marines e Sandy.
E da dove esce il marines?
L’ha portato Sandy.
Fanculo. Scusa, ti ho scritto ti amo e il corettore ha cambiato.

Niente avventure, solo sesso, grazie 😉

Lilli Luini compagna d’avventura nelle Edizioni Il Vento Antico