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Mamma, come va il blog?
Bene, tesoro, mi sto divertendo.
Sorride sornione.
Ho letto il Diario di viaggio sul Kenya.
Ti è piaciuto? Chiedo e mi preparo alla bordata. Di tutti i miei critici, Lapo è il peggiore, anche più severo di quanto io lo sia con me stessa.
Hai dimenticato una parte, quella dove hai rotto le scatole in mezzo alla savana.
Mi risento.
Non ho rotto le scatole, dovevo far pipì, avevo mal di pancia da tanto mi scappava.
Non è questo il punto, perché non hai raccontato che cosa hai fatto?
A essere onesti l’ho scritto, ma non l’ho pubblicato. Però a pensarci bene, avrei dovuto. Lo faccio adesso, lo metterò nei Fuori Onda, tra quei ricordi che si riservano ai pomeriggi grigi e freddi, quando un sorriso non viene spontaneo.

Morale
I figli sono un propellente missilistico per i genitori. Il problema sta solo nel tenere il loro ritmo.

Sveglia molto prima dell'alba, un freddo da bersi un vin brulé e due ore su una jeep che sobbalza su uno sterrato molto sterrato. Le premesse ci sono tutte perché mi scappi la pipì. Il problema è che nella savana non ci sono autogrill, se hai sete te la tieni e se ti scappa pipì, fai quello che ti dicono di fare.
Quando io chiedo, e con me una ragazzina, l'autista blocca la jeep con un gran polverone di terra rossa e dice: go down, on the road.
Giù, sulla strada.
Non me lo faccio ripetere. Gli uomini a bordo, da veri gentiluomini, sono concentrati sull'infinito oltre il cofano. Giorgia e io, ci sistemiamo dietro il fuoristrada e guardiamo la strada alle nostre spalle che sale su un dosso.
Le dico: pensa se dal dosso spuntasse una jeep carica di giapponesi armati di macchine fotografiche, zoom, telecamere e telefonini e ci sorprendesse così?
Ridiamo e torniamo a bordo.
"Luca", chiedo a mio marito, "dici che devo inserirlo nel mio curriculum vitae: ho fatto pipì in mezzo alla savana?"
Ride e con lui tutti gli altri.
"Direi di sì, fa molto Hernest Hemingway."
Vedi che sono un'avventuriera?

Diario di viaggio – Safari nello Tsavo est – prima parte

22 luglio 2016

Bene! L’aeroporto di Malpensa 2000, costato una cifra che non so nemmeno pronunciare, ha la stessa efficienza di uno scalo aereo sperduto in Tasmania. Un’ora di ritardo al chek in e si e no cinque voli in partenza. Alla faccia dell’hub internazionale.

Per lasciare in bellezza il suolo della mia adorata madre patria, il pilota ha dato la colpa del ritardo ai due cani che hanno imbarcato. Strano, non mi pareva ci fossero cani al banco del chek in, solo hostess e steward di terra e altri disorganizzati, tutti esser umani, comunque.

23 luglio 2106

Albeggia e siamo sopra al Sudan. Sullo schermo scorrono nomi di posti che, quando ho scritto Il marchio dell’oro nero, ho studiato minuziosamente, Bangui, Kampala, Wow, mi pare di essere a casa.

La terra era ancora lontana, ma anche da quell’altezza se ne percepiva la desolazione. Non un albero, non una collina, niente di niente, se non rocce, sabbia e sassi. Solo a ovest, a destra dell’ala dell’aereo, uno squarcio che virava dal blu zaffiro al verde melma tagliava l’arida distesa. Il pilota indicò la terza cataratta del Nilo e gli occhi di tutti si fissarono su una nuvoletta candida sospesa sopra la terra, dove l’enorme serpente d’acqua schiumava impazzito. Il Nilo affrontava la cataratta con l’empito di un battaglione di cavalleria alla carica, ruggiva tra le rocce strappate al deserto con secoli d’erosione e si tuffava in una depressione che fendeva la terra come una sciabolata inferta da un gigante. Milioni di metri cubi d’acqua si riversavano a valle sollevando miliardi di goccioline che, evaporando immediatamente al calore da fornace dell’aria, si trasformavano in una nuvola perenne.

….
Atterriamo, recuperiamo i bagagli e via, al pullman che ci porterà a Watamu. Mi guardo in giro, non è chi sia già arrivata nel cuore dell’Africa, intendiamoci, sono nel piazzale di una delle città più caotiche e in fermento del continente, eppure…
eppure la magià è già iniziata! Il vecchio male inguaribile, che ha infettato centinaia di uomini. Il mal d’Africa, o la ami o la odi, e se la ami, ci torni e ogni volta che lo fai, la terra delle avventure, ti entra sottopelle sempre di più.
Nonostante il mio cuore si sia gonfiato di un sentimento molto simile alla felicità, l’attesa inizia a essere snervante. Ma non si parte, passa più di un’ora prima che finalmente ci mettiamo in moto.

Una volta, un inglese mi disse: AWA – Africa win again, l’Africa vince ancora. In pratica, tieni i nervi saldi che qui il ritmo è lento, mooooolto lento.

24 luglio 2106

Pioveva quando mi sono svegliata. Non una pioggerella leggera, proprio un acquazzone di quelli che lavano il mondo. Quando ha smesso c’è stato un silenzio più assordante di qualunque rumore.
La natura è lavata di fresco, il sole spunta da dietro cumoli neri che vanno verso nord. Le piante non sono piante e basta, come dalle nostre parti, qui le piante servono a sostenere decine e decine di fiori. Gialli, rossi e bianchi, carnosi, delicati e rigogliosi, profumati, non proprio e inodore. Di tutte le forme e varietà. Anche a non avere alcuna propensione naturalistica, non si può rimanere incantati da un dipinto di tal fattura.

….

Normale vita da famiglia.
Lapo è pronto per il kite surf.
“Hai messo la crema?”
“Sì, mamma.”
“Sei sicuro?”
“Va bene, la metto adesso, comunque io non mi scotto.”
Come possa affermare una cosa del genere, uno biondo, pelle chiara, la cui madre lo ha spesso rivestito di aloe perché lui, che non si scotta, era di un color amaranto brillante, non riesco a spiegarmelo. Lapo di certo non mi aiuta, mi lancia il tubetto e se ne va con quell’irruenza travolgente che mi agita per bene la vita.

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Lo osservo e mi sento osservata a mia volta: scimmie! Chissà perché, ogni volta che le incontro, il primo pensiero corre all’anello mancante di Darwin. Non mi piacerebbe scoprire di essere la pro-pro-pronipote della congiunzione tra scimmia e uomo.
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Scherzo, so perfettamente chi è l’anello mancante, posso scriverne nome, cognome e indirizzo.

25 luglio 2016

Sveglia alle 6 e partenza per lo Tsavo est, uno dei parchi nazionali del Kenya, quello dove hanno girato il film Spiriti nelle tenebre. Ci sono stata nel campo dove quei due leoni mangiauomini hanno ucciso più volte, lo ricordo sempre con grande emozione e, per essere onesti, paura.

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I had a farm in Africa at the foot of the Ngong Hills.

L’incipit di Karen Blixen mi risuona in testa.

Due ore di sterrato e arriviamo al Kudu camp. Luca e io ci guardiamo e pensiamo alla stessa cosa: ci trasferiremmo qui seduta stante.
Una grande costruzione centrale con il tetto tipico in makuti, tegole realizzate con foglie di palma intrecciate e legate tra di loro, sostenuto da pali di legno di casaurina, un albero che cresce molto in altezza, con il fusto dritto che pare un fil di piombo. Non ci sono pareti e nemmeno finestre, è una sorta di tettoia conica belvedere. Sotto questo soffitto altissimo corre aria a sufficienza da impedire che qui sotto ci si senta polli al forno.
Le camere degli ospiti, le tende, sono disposte a semicerchio, tutte vista fiume. Sono montate su un basamento di cemento e sono dotate di zanzariere ovunque. All’interno un bagno con doccia. L’acqua arriva direttamente dal bidone appoggiato su un rialzo dietro la parete di tela.

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Oddio, mi sento come Hemingway! Non è il mio primo viaggio in Africa (e spero in Dio non sia l’ultimo), ma questa terra ha un fascino difficile da descrivere.
Orizzonte sconfinato, terra rossa, cielo azzurro e immenso, e animali ovunque… posso volere qualcosa di più?

L’Africa mi ha affascinato al primo sguardo, sono malato di lei, non potrei vivere senza le sue distese sconfinate, senza il suo sole implacabile e le sue acque segrete. Quando la sera siedo in veranda, il mio sguardo spazia libero, all’orizzonte solo il gigante innevato. A volte gli elefanti vengono a bere nel laghetto vicino al campo che ho costruito ed io passo la notte ad ascoltare i loro barriti e i loro gorgoglii di piacere.

Morgan O’Cornick – Il marchio dell’oro nero

Gli elefanti escono dalla vegetazione e vengono ad abbeverarsi al fiume che scorre qui sotto. Piango, non mi vergogno a dirlo, davanti a questo spettacolo meraviglioso. Gli adulti si spruzzano acqua e fango e i cuccioli sgambettano felici tra le zampe delle madri. Siamo tutti ammutoliti, l’unico rumore è lo scrosciare dell’acqua e il gorgogliare felice dei pachidermi.

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Un pranzo veloce e via sulla jeep. Siamo fortunati. Incontriamo antilopi d’acqua, bufali, zebre, struzzi e giraffe. Dei big five africani (elefante, bufalo, leone, leopardo e rinoceronte) ne abbiamo già avvistati due. Al rientro ci aspetta un drink intorno al fuoco. Davanti a me il fiume scorre placido, illuminato dalle sole stelle che qui sono così vicine che se allunghi una mano le puoi toccare. La sensazione di magnificenza mi leva il fiato.
Che piccola cosa è l’uomo rispetto al creato!

….

Cena a lume di candela con contorno di Africa. Suoni e richiami, fruscii e barriti. Un ruggito rotola in lontananza e, all’improvviso, capisco perché non posso andare alla tenda da sola, ma devo essere scortata da un Masai con tanto di assegai (la loro lancia). Cammina davanti a noi, dritto come il fusto di una palma, più elegante lui nel suo costume tradizionale di tanti uomini che conosco in doppiopetto. Ha una piccola torcia con sé, unica concessione alla modernità. Con questa illumina la notte circostante e mille occhi brillano. Il mio coraggio scema rapidamente, allungo il passo e mi avvicino.

“Ni fisi?” Sono jene, chiedo con quel poco swaili che conosco.

“Ni simba”, sono leoni.

Mi trattengo per non saltargli in spalla, poi mi accorgo che scherza. Ma va se devo incontrare un Masai con il senso dello humour!

“Ni swala”, sono gazzelle. “La notte si avvicinano al campo, si sentono protette dall’uomo”, prosegue in inglese.

E fanno male, penso io, visto quello che fa l’uomo, un leone potrebbe essere il male peggiore.

Siamo arrivati alla nostra tenda. Lapo s’intrufola a tutta velocità e si appropria della branda più lontana dall’entrata, io di quella più vicina.
Magari questa notte si avvicinano degli animali al campo, io sono una scrittrice, devo accumulare materiale prima di scrivere un romanzo. Luca mi da un bacio in fronte e mi chiama Hernest.

Tempo di lavarmi denti e sto già dormendo. L’Africa ammalia e sfinisce.

26 luglio 2016

Jambo, jambo.
È Kainsha (il Masai) a dare la sveglia. Sono le quattro. Notte fonda e un freddo che pare di stare sul cucuzzolo della montagna. Colazione al lume di candela e via, alla ricerca di Simba, il re.
Per la cronaca, Kainsha ha detto che questa notte un bufalo e un ippopotamo sono venuti a brucare l’erba verde del lodge che digrada verso il fiume. Ora, gli ippopotami sgrufolano che è un piacere, i bufali si muovono con la delicatezza di un bufalo, appunto, e io non ho sentito nulla. Sempre avuto il sonno leggero.

La strada è così dissestata che questa sera avrò le vertebre dislocate a scala musicale, ma chi se ne importa! Un’alba in savana vale bene un incriccamento alla schiena.
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Alle prime luci del giorno appaiono giraffe, elefanti e zebre, kudu, orici e gazzelle, ma niente leoni.

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Su un territorio di 13.000 km² ce ne sono 240. Sarà difficile incontrarli, ma non impossibile.

La radio gracchia, hanno avvistato dei felini a nord. Hassan, l’autista, ingrana la marcia e parte a razzo. Nessuno parla più. Tutti impegnati a stringere i denti per non tranciarsi la lingua e a sperare che non sia un falso allarme.
Arriviamo e lui è lì.
Maestoso come solo un leone sa essere, regale come il più nobile dei re. Solleva la testa e ci fissa con quegli occhi gialli che ti fanno venire la tremarella. Sbadiglia annoiato dalla nostra curiosità, si alza e fa qualche passo. Scuote la coda come se disapprovasse quei buffi animali che si spostano su scatole di latta e lo fissano come fosse lui il fenomeno da baraccone, infine, si ritira sdegnato nella macchia verde.

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Il sipario si chiude e rimane l’immensità dell’Africa.

Ci siamo allontanati molto dal campo ed è quasi mezzogiorno. Il caldo e opprimente e ora gli animali che incontriamo cercano l’ombra. Si ammassano intorno agli alberi di acacia e ai cespugli spinosi e rimangono immobili.
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Ci fissano con blanda curiosità e seguitano a ruminare placidi. Tranne un branco di elefanti, una ventina, si muovono lenti verso la strada e verso di noi.
Silenzio. Solo il vento e loro gorgoglii.

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Sì, perché l’elefante barrisce se è arrabbiato, se è felice e tranquillo, gorgoglia.
Il branco è formato da femmine e maschi giovani, quelli adulti se ne vanno per i fatti loro, tornano solo quando il richiamo dell’accoppiamento è irresistibile. Le femmine con i piccoli stanno nel mezzo, protette nelle retrovie dalla matriarca, la più vecchia, quelle con le zanne scurite dei succhi vegetali e scheggiate dal tempo e dall’usura, quella che conosce il mondo e, a ragione, non si fida. Difatti si ferma e ci fissa. Sembra dire: occhio uomini, state lì buoni, altrimenti ve la vedrete con me.

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Gli elefanti attraversano, lenti, imponenti, maestosi e bellissimi. Per quasi cinque minuti rimaniamo immobili, quasi non respiriamo in quest’attimo senza tempo, fino a che anche la matriarca passa e se ne va.
Poi rimane solo l’Africa e la sua immensità.

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Siamo quasi all’ingresso del parco e Hassan fa una deviazione. Blocca la jeep davanti a una casupola lunga e bassa dove per entrare bisogna proprio piegarsi. Altro trucco africano, pochissime aperture, di norma solo una porta e zero finestre, e il fresco rimane all’interno. Oddio, fresco è una parola non proprio adatta, diciamo tepore, rispetto all’inferno rovente che c’è fuori. Questo è un negozio, tappa obbligatoria, dove vendono collane, collanine, braccialetti e un’infinità di statue e statuine di animali in legno scuro oppure in pietra rosa. Poichè non è la prima volta che scendo a queste latitudini, sono già stata vittima dell’acquisto per ricordo. Potrei aprire qui di fianco e fare concorrenza ad Abid, il proprietario.
“Mamba, mamba”, ripete un ragazzo un po’ invitandoci, un po’ trascinandoci.
Lapo sorride e mi fissa.
“Mamma, non verrai certo a vedere dei serpenti?”
Lui non ne ha paura, una volta si è fatto mettere un pitone al collo, io non mi sono avvicinata fino a che non si è fatto una doccia.
“Mamba vuol dire coccodrillo, non certo mamba sette passi”.
Ti morde, fai in tempo a fare sette passi e rendi l’anima al creatore, nessun antidoto, nessuna possibilità di salvezza. Come si fa ad apprezzare i serpenti, credo che non lo sappia nemmeno Dio.
Comunque sia, alla parola coccodrillo Lapo alza gli occhi al cielo e se ne va da papà.
Io odio i coccodrilli, non li considero animali, per me sono borsette con le zampe. Non vedo in quale altro modo possano essere visti. Ah sì, trolley, pochette, scarpe, stivali, cinture e portafogli. Con un ghigno maligno stampato in faccia, in verità vorrei imbracciare un Holland & Holland .375 con il colpo in canna, seguo il ragazzo fuori dal negozio e giù per l’argine. Non devo camminare molto prima di vederli, le bestie schifose, un pericolo mortale per chi vive sulle rive di un fiume africano. Penso a Rossella Odescalchi, la protagonista di Come sopravvivere a una guerriglia e guadagnarci un resort. Ecco cosa farebbe lei.

«Coccodrilli», scattò Courtney e allontanò bruscamente la zattera da una rientranza dove una decina di rettili erano immobili.
Un attimo dopo, il fiume ribolliva di corpi che si muovevano con un’agilità sorprendente. Sapevo cosa sarebbe successo, avevo già assistito a uno spettacolo del genere. C’era solo una cosa da fare prima che ci ribaltassero.
Courtney pagaiava come un indemoniato, io afferrai la carabina, portai il calcio alla spalla e sparai. Il coccodrillo più vicino a noi rotolò sulla pancia e lì lo centrai per la seconda volta. L’acqua si colorò di sangue e i rettili divennero frenetici. Code che sbattevano sull’acqua con un impatto di qualche quintale, mascelle che scattavano come tenaglie, carne strappata e il ronzio degli spari nelle orecchie. Fissammo lo spettacolo disgustoso, poi un’ansa lo nascose pietosamente.
«Ben fatto», mi elogiò Courtney.
«Che due colpi!», aggiunse Modrone. Mi guardò con una nuova luce negli occhi. «Chi le ha insegnato a sparare così?»
«Mio padre e il colonnello.»
Aggiunsi una tacca alla lista dei cadaveri che avevo sulla coscienza e in quel mentre la zattera toccò terra. Courtney la nascose in un canneto con l’aiuto del cavaliere. Io mi allontanai dalla riva. Il coccodrillo mi piace solo in pelletteria, per il resto potrebbe anche estinguersi.

Vorrei fare un selfie col coccodrillo, ma fino a che non diventa una borsetta non mi fido. Provvede il mio ragazzo.

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Dopo pranzo mi avvicino a Kainsha, il Masai, voglio conoscere la sua storia.
È nato nell’Amboseli, a sud-est da qui. È lì che ha vissuto il suo rito di iniziazione, quello che lo ha consacrato uomo.
Quando i giovani Masai raggiungono l’adolescenza, devono uccidere un leone maschio. Non usano jeep per inseguirlo e nemmeno carabine di alta precisione, non hanno radio con cui tenersi in contatto e nemmeno un kit di pronto soccorso, hanno solo il loro coraggio e un assegai, una lancia con una lama lunga e acuminata.
Con lui c’erano altri sei ragazzi, hanno seguito il leone per due notti e due giorni, fino che il re, stanco di essere infastidito, li ha attaccati.
“È terribile”, mi dice con un sorriso abbagliante, “il leone si accuccia, schiaccia le orecchie contro il cranio e poi carica.”
Chissà perché penso alla gioventù occidentale, tutta strafottenza e cavallo dei pantaloni alle ginocchia, quelli che per ballare si devono impasticcare fino a tramortirsi, a volte proprio uccidersi. Incespicherebbero nell’orlo sfilacciato di quegli stracci che chiamano jeans.
“Ruggiva”, il Masai mi riporta qui. “Noi ragazzi ci siamo allargati a mezzaluna e, un attimo prima della carica, abbiamo sollevato l’assegai.”
È quello il momento in cui il ragazzo diventa uomo e se la sua lancia e quella che passa le costole e uccide il leone, è il momento in cui diventa un eroe e, al ritorno, la tribù gli assegnerà un nuovo nome.
“Io sono stato l’eroe, io ho ucciso il leone”, dice Kainsha, “con questo assegai.”

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Lo stesso che sto tenendo tra le mani io.
Ci fissiamo, io dal basso, lui da quasi due metri. Tra di noi corrono due continenti e migliaia di anni di storia, eppure siamo due esseri umani, ospiti di questo pianeta.
Mi sorride e mi lega al polso un braccialetto di perline gialle.
“Per te, regalo”, mi dice, “rafiki wa Kimasai.” Amica dei Masai.
Non vuole nulla in cambio, io gli lascio la promessa che scriverò la sua storia.
Qui l’ho solo abbozzata, ma a casa lo farò, scriverò un racconto e lo intitolerò: Kainsha, il ragazzo che voleva essere un eroe.

Continua a breve