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Il Sacro Monte di Varese

Il Sacro Monte è a pochi minuti di auto da casa mia, è il posto dove i Varesini vanno a passeggiare e ad ammirare il panorama. Insieme ad altri otto Sacri Monti è inserito dal 2003 nella lista del Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO.

Lì vi ho ambientato una scena di Missione Papiro (ancora in fase di revisione) che il capo editor ha tagliato 🙁

A me piaceva, soprattutto perché nasce dal ricordo delle camminate che facevo da bambina per mano al nonno che mi raccontava la Storia, proprio quella con la esse maiuscola, come fosse una favola.

Il viale acciottolato che porta alla Chiesa di Santa Maria del Monte era la strada di un pellegrinaggio che veniva percorsa da più di quattrocento anni, una camminata spirituale la definiva mia madre. Le cappelle si snocciolavano su un percorso che avvolgeva il Monte Orona in una morbida spirale, ad ogni curva un gioiello architettonico del seicento lombardo invitava a soffermarsi sul mistero del Rosario rappresentato. Feci da cicerone ai due poliziotti e, senza rendermene conto, tra gli aneddoti su “il Mancino”, l’architetto Giuseppe Bernasconi, e “il Morazzone”, il pittore Pier Francesco Mazzucchelli, raccontai la mia infanzia e la mia gioventù.

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Ci fermammo alla Flagellazione. La settima cappella era sempre stata per me motivo d’angoscia. Mi terrorizzava soprattutto il flagellatore, un uomo dal volto grossolano e dagli occhi crudeli che emanava un’aria di brutalità. Da bambina prendevo la mano del nonno e la stringevo forte nella mia, non riuscivo a sopportare tutto quel dolore, quella crudeltà e quella rassegnazione, immortalati nel gesso delle statue. Anche quel pomeriggio le sculture riuscirono a rattristarmi.
«Sembrerebbe che l’uomo in duemila anni di storia non abbia imparato nulla, siamo rimasti barbari, tali e quali ad allora».
Forse era proprio questo che m’intristiva, millenni di guerre, soprusi, dittature, violenze e stragi ed erano cambiate solo le armi per commetterle. Incoraggiante. Riprendemmo la risalita in silenzio.

Curiosità:
I Sacro Monte proliferarono nel corso del seicento tra Piemonte e Lombardia (ce ne sono 9 dichiarati patrimonio Unesco) con la funzione di baluardo spirituale contro il protestantesimo che dilagava nel nord Europa.

Per farvene un’idea, ecco il suggestivo filmato by Antonio Selva

SACRO MONTE – VARESE from Antonio Selva on Vimeo.

Una gita a Gabiano, tra storia e vigneti

Partenza alla nove di mattina, destinazione ignota, almeno per me.
E’ il compleanno di Luca e andiamo in gita.
Dove andiamo? Esordisco come salgo in auto.
Sorpresa.
Va bene, acconsento magnanima.
La sorpresa, però, ce la fanno le Autostrade italiane. Un paio di chilometri di coda in costante aumento solo per accedere all’imbocco…
Cambiamo strada, tagliamo per i boschi, metaforicamente parlando, ça va sans dire.
A Vergiate chiedo: Piemonte?
Ride e non dice nulla.
E va bene, parliamo d’altro.
Dopo quasi un’ora e mezza di chiacchiere oziose, con un cielo grigio che si apre a tratti in squarci azzurri, insorge il solito problema.
Devo fare pipì.
Lo comunico e lui acconsente, magnanimo, però passiamo un autogrill e non si ferma.
Ora, vorrei capire, perché sia mio padre, a suo tempo, che lui provino questa perversa ossessione nel non volersi fermare, nemmeno per il normale espletamento di un bisogno fisiologico.
Mi scappa la pipì, ribadisco inquieta.
Però usciamo dall’autostrada ad Alessandria e ci inoltriamo nella campagna.
Il paesaggio mi distrae.
La giornata è uggiosa e, guardando la campagna che scorre avvolta da una nebbiolina umida, vedo…
Giuseppe Verdi, con tanto di tuba e rendigotte, alla guida di un calesse trainato da un cavallino morello che trotta su un viale piantonato da olmi antichi, le cui foglie rosse, gialle e marroni, giacciono come una splendente passatoia inzaccherata di fango. In sottofondo, il Va pensiero.
Ecco, cosa avrei dovuto fare nella vita con una fantasia del genere?
Intanto la campagna si è ondulata di colline coltivate a vigneti. Un susseguirsi di dolci pendii e verdi vallate, di tanto in tanto cascine di un tempo perduto e case padronali.
Gabiano, indica il cartello che abbiamo appena sorpassato. Alle nostre spalle, paesi deserti che paiono addormentati da mezzo secolo. Luca svolta a destra e s’inerpica su una collina di un centinaio di metri, sulla sommità un castello. La nostra meta.

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Bella sorpresa, non c’è che dire. Io amo la storia, ma la amo proprio, e qui sono immersa nella storia.
Il castello di Gabiano incomincia la sua nel VIII secolo, ma le testimonianze scritte sono del 1164. Federico Barbarossa

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lo regala al Marchese Guglielmo del Monferrato.

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Nocciolo di molte contese, nel 1624 il castello, compreso marchesato, viene ceduto dal Duca Federico Gonzaga

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ad Agostino Durazzo

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a saldo dei debiti contratti dalla corte con la famiglia del genovese.
E il precedente proprietario? Espropriato e derubato da un governo spendaccione?
Vai a saperla la verità!
Comunque sia, tra 1789 e il 1793, Giacomo Filippo Durazzo lo trasforma in un palazzo di villeggiatura e, poiché il marchese aveva il pollice verde, il giardino e il parco ne beneficiano.
E intanto i secoli passano, e nell’ottocento, alla veneranda età di un millennio, centinaia più centinaia meno, i primi restauri, ma è solo nel 1907, quando una torre crolla che il marchese esclama:
Furio, vedi un po’ se la ricostruzione della torre crollata la possiamo detrarre dalle gabelle!
Che cosa credete? D’aver scoperto l’acqua calda?
Quindi, il marchese Giacomo Durazzo Pallavicini assegnò i lavori al giovane architetto Lamberto Cusani per una integrale ricostruzione del castello e dell’annesso borgo medievale.
I lavori furono interrotti per lo scoppio della I guerra mondiale e ripresi solo negli anni venti dalla marchesa Matilde Durazzo Pallavicini dei principi Giustiniani che

con squisito gusto artistico, volle ridonare al castello l’originario splendore di maniero medievale.

E’ negli anni ’30 che i marchesi realizzano il labirinto di bosso.
Quando Luca e io lo vediamo siamo sinceramente sorpresi di quanto la natura possa essere modellata e indirizzata da abili mani e anni di esperienza.

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Ebbene, i marchesi del passato e l’architetto Cusani hanno semplicemente realizzato un capolavoro.
Parola di cavaliere templare.
I marchesi Cattaneo Adorno Giustiniani, attuali signori del maniero, oltre che nella manutenzione del castello di famiglia, sono impegnati in un’azienda vinicola.
Difatti, dopo la gita, passiamo alla cantina…
ma questa storia di famiglia è!

Gabiano, Monferrato
Dalla vostra biondina nel sacco, è tutto.