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Raffaella Bossi, ex tributarista per fortuna, scrittrice e organizzatrice eventi per passione. Avventuriera per indole. Carattere ventoso. Un marito, un figlio e un numero di cani in costante aumento. Nazionalità italiana, cittadina del mondo. Innamorata della storia e della vita. A former (fortunately) tax expert, writer and event planner for passion. Adventuress by nature. Windy character. A husband, a son and a steadily increasing number of dogs . Italian nationality, citizen of the world . Mad for history and life.

Io e i serpenti, non proprio quel che si dice una relazione di successo

La voglia di scrivere qualcosa riguardo ai serpenti, non proprio bestiole simpatiche, diciamolo pure, nasce dall’ultimo incontro ravvicinato capitato durante le ultime vacanze. Raccontandolo in famiglia, ho realizzato che nel corso della vita ho avuto parecchi incontri con i rettili, nessuno dei quali piacevole.

Sia ben chiaro che non li amo e francamente credo che non piacciano nemmeno a Dio, visto che li relega dalla parte del male. Solo il Buddha dimostra un certo benvolere nei confronti delle bestie striscianti. Ma forse lo fa per gratitudine verso quel gigantesco esemplare che, con il suo cappuccio aperto, lo protesse dalla pioggia battente mentre meditava.

Fossi stata al posto suo, sarei passata dalla meditazione alla morte.

La prima volta ero una ragazzina sui 10 o 12 anni e in compagnia di amici facevo una passeggiata per un bosco. Il sentiero era stretto e camminavamo in fila indiana, godendo della frescura in una giornata torrida. A un tratto qualcosa di lungo, nero e strisciante mi passò proprio davanti a piedi. Urlai con quanto fiato aveva in gola e inizia a saltare come fosse finita su un formicaio, reazione che, tra l’altro, ho tuttora.

La bestia si rivelò una biscia d’acqua, comunemente chiamata ratera dalle mie parti, perché mangia i ratti, altre deliziose creature. La biscia non è velenosa, e di certo è più terrorizzata lei di quanto sicuramente lo sia io, quindi non è la paura di morire avvelenata, ma è proprio il terrore del rettile in sé e per sé.

Qualche anno dopo, in Thailandia, mi portarono in un serpentario. Ora, vi chiederete, ma una che perde il senno alla sola vista di una biscia deve andare in un serpentario?

No, adesso non ci andrei nemmeno se mi pagassero fior di euro sull’unghia, ma allora non avevo alcun potere, inoltre ero la più piccola della compagnia e si sa che i più piccoli devono sempre accompagnare gli zii quando tutti gli altri non ne hanno voglia. Così, io e mio zio entrammo nel serpentario. Per prima cosa cercarono di mettermi un pitone intorno al collo, ma non ci sarebbe riuscito nemmeno Michael Bolton in una delle sue giornate migliori. Dopo la visita (io camminavo con le mani ai lati degli occhi per non vedere nulla), ci fecero accomodare nel piccolo anfiteatro fatto di pali, fronde di palma e scalinate di cemento, dove ci avrebbero raccontato e mostrato tutto sui serpenti.

Potete immaginarvi la mia gioia!

E non si sarebbe trattato di semplici bisce, ma di pitoni, vipere e soprattutto cobra reali. Bestiacce che raggiungono con facilità i 2 metri di lunghezza, il cui morso, ça va sans dire, è letale. Per onor di cronaca esiste anche un cobra sputatore, che invece di mordere vi sputa veleno da tre metri di distanza. Schifoso, repellente e maleducato pure.

Ebbene, lo spettacolo iniziò con una lotta che avrebbe deliziato Rudyard Kipling, mangusta vs cobra. Da allora ho sempre desiderato avere uno dei quegli esserini pelosi. In meno di cinque minuti, un cobra scuro, quasi marrone, cappuccio aperto e fauci spalancate, che scattava a una velocità impensabile, era diventato il pasto della mangusta. Morto e stecchito con i canini infilati nel collo.

Lo show serpentifero proseguì con l’ingresso di un ragazzetto con un altro cobra di un paio di metri attorcigliato sul braccio. Prima ci avevano spiegato che il veleno era già stato tolto dalle zanne, ciò nonostante un cobra rimane sempre un cobra. Soprattutto quando, stuzzicato dal ragazzo, si sollevò e aprì il famoso cappuccio.

Il suo padrone, non ancora contento, lo prese per la coda e lo lanciò verso il punto dove ero seduta. Tre balzi che avrebbero umiliato qualsiasi atleta olimpico e raggiunsi i posti più in alto dell’anfiteatro. Non mi buttai fuori dall’altra parte solo perché era un salto di tre o quattro metri. I due attori sul palco, il cobra e il suo domatore, non ricevettero nemmeno l’ombra di un’occhiata, tutta l’attenzione era su di me che saltellavo e strillavo come una gallina in un pollaio attaccato da una volpe.

E ne avrei decine di altre da raccontarvi, come quella di Lapo che con un pitone intorno al collo (lui non ne ha né paura né schifo) mi rincorse per un villaggio di Zanzibar urlando:

– Mamma, accarezzalo, è morbidissimo.

Oppure di quella sulla Piazza Jamaa el Fna a Marrakech.


Premetto che di giorno gli incantatori di serpenti mi mandavano in fibrillazione, ma il mio paziente marito riusciva in qualche modo a tenermi a bada, ma non quella sera, quando scappai urlando. Fuggivo da un venditore di oggetti di legno che mi rincorreva per scusarsi della crisi isterica che mi aveva provocato mostrandomi la sua mercanzia, nello specifico un serpente sinuoso come quelli veri. Per farsi perdonare, il poveretto voleva regalarmi proprio quel serpente che mi aveva tanto terrorizzato e lo sventolava con il braccio teso davanti a sé.

L’ultimo incontro è stato qualche giorno fa, a Ischia.

Io e mia madre ci avviavamo all’uscita del parco termale, un viale delimitato da grandi aiuole di piante e fiori. Con la coda dell’occhio ho intuito un movimento rapido. Mi sono girata giusto in tempo per vedere una biscia scendere da un’aiuola, salire su un altra e sparire nella vegetazione.

Modalità panico: ON.

Saltellavo qua e là gridando, agitavo le mani e mimavo la lunghezza del rettile, biascicando parole con un’espressione schifata in faccia.

Mia madre mi ha guardata con un misto tra la pena e la pietà.

– Non ti senti bene?

– No, no, sto benissimo una biscia, lunga così, giù di qui, su di là, che schifo! Mamma, lunga così!

L’ho mollata su due piedi a chiedersi che diavolo mi avesse preso e sono partita di corsa verso il bagnino. Ho ripetuto la stessa identica scena e ottenuto un’occhiata del tipo: ma questa è uscita pazza?

Poi il ragazzone si è accorto che non stavo scherzando e ha chiamato chi di dovere.

Quindi, vi dovesse capitare di vedermi saltellare qua e là, urlare e sbraitare frasi striscianti, OCCHIO, nei paraggi c’è:

LA CENA #Social al Ristorante Al Peschereccio, Vedano Olona

Marco Apicella Chef ha ospitato giornalisti e blogger nel suo Ristorante al Peschereccio, per presentare i suoi nuovi piatti che uniscono la tradizione delle origini Campane,
ai prodotti del territorio Varesino nel quale è cresciuto.

Invitati alla cena #Social:

  • Raffaella Bossi Direttore della casa editrice Edizioni Il Vento Antico
  • Marinella Signorelli General Manager di T.DUE GROUP srl
  • Amanda Deni Blogger per Rosso Tibet di Amanda Deni 3.0
  • Sara De Luigi & Ilaria Villani responsabili di Instagramers Varese
  • Nicholas Vagliviello Fotografo Food per Nicholas Vagliviello Fotografo
  • due appassionati di cucina d’eccezione come Marco Ruspa, figura storica del comune di Vedano Olona, e Luca Orsini imprenditore edile.

Ho conosciuto lo chef Marco Apicella quasi per caso, una sera piovosa di marzo.


Per una serie di coincidenze l’ho presentato mentre preparava il tonno tricolore. Da lì le nostre vite professionali si sono intrecciate e spesso collaboriamo.
Marco è un ragazzo che ama profondamente quello che fa.
Per dirla in maniera simpatica direi che
Marco Apicella è Chef Inside.
Ieri sera, sono stata sua ospite a una cena per blogger.
Ora, la cena social? è l’unica occasione in cui i commensali sono dispensati dall’ottima regola di buona educazione di non tenere il cellulare sul tavolo.
Abbiamo approfittato in modo imbarazzante di questa momentanea sospensione e, ça va sans dire, abbiamo fotografato, filmato e documentato tutto.
Se ci avessero visto dei giapponesi, sarebbero fuggiti umiliati. ?
Compagnia assolutamente piacevole, nell’arco di tre ore abbiamo superato abbondantemente i 3 bilioni di miliardi di parole.
Del resto le donne sono famose per le loro chiacchiere.
I tre uomini presenti non si sono ancora ripresi dallo stordimento acustico ???.

Iniziamo con un aperitivo di polipo, yogurt e rapanello, così tanto per stuzzicare l’appetito mentre lo chef ci presentato i piatti che ha ideato e cucinato.

Premetto che non vi descriverò le ricette nel dettaglio, preferisco che voi le ascoltiate dalla viva voce di Marco.


Proseguiamo con una tagliata di gamberi rossi con melanzane.

Arriva il primo e io sono felice: risotto al Persico del lago maggiore. E qui è doveroso fare una precisazione. Aldilà del fatto che amo il risotto, questo è un vero capolavoro. I filetti di persico sono stati amalgamati nel riso creando una sinfonia di sapori delicati. Un piatto da 10 e lode e vi assicuro che il voto è ancora poco.

La seconda portata prevede sgombro marinato su purea di piselli. Un piatto che farà sognare le papille gustative di chi ama il mare.

Concludiamo con il dessert.
Mousse di pesche del lago di Monate con panna profumata alla menta.

Dopo il caffè arrivano i commenti o feedback come fa bello dire ai giorni d’oggi.
Il giudizio è stato unanime: promosso a pieni voti.

Marco Apicella è la prova evidente che quando si fa il proprio lavoro con amore, passione e dedizione, il risultato è sempre eccellente.
In bocca al lupo per la tua carriera, Marco,

per quel che mi riguarda sei già uno chef planetario.
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3 amici a cena – sesta puntata – La Vecchia Varese

Questa sera decido io…
c’è un locale cui sono molto affezionata, che mi ricorda serate passate a chiacchierare e ridere, un locale che, nonostante il trascorrere del tempo, i cambi di mode e gestioni, ha resistito, si è evoluto, ma è rimasto sempre:

La Vecchia Varese.

In fondo a Via Ravasi, in mezzo a case antiche, quasi alla fine della strada, sulla sinistra, c’è un ingresso di vetro e legno e una lanterna.
Tale e quale a più di trent’anni fa.
So già cosa mi aspetta quando entro qui, so che sarò accolta con calore e avvolta da un’energia allegra e positiva, di quelle che ti fanno sorridere anche senza una ragione.
Mi accoglie Gian Battista Prevosti, il proprietario, l’uomo dagli occhi azzurri.

È felice, dietro il bancone saluta tutti quelli che entrano come fossero vecchi amici, ma forse sono vecchi amici, perché quando si entra qui si fa parte di una famiglia, la famiglia della Vecchia.

Ci raggiunge anche Daniela,

sua moglie, una donna che non concepisce il pessimismo, probabilmente non conosce nemmeno il significato della parola, il suo sorriso è la luce più luminosa del locale. Forse solo sua figlia Maddalena può competere con lei.
Sì, perché all’idea di mamma e papà, si sono associate quelle dei figli, Maddalena e Mattia. Da lui sono partite le serate musicali.

Fonti attendibili sostengono che la domenica sera alla Vecchia Varese si folleggi e, in una città come questa, e non me ne si voglia, dove è quasi impossibile folleggiare, questo ha del magico.

Ma forse è magico che persone con passati lavorativi in tutt’altri settori decidano di cambiare la propria vita e diventare ristoratori di successo. Lo dico a entrambi, loro ridono e rispondono:
Ma il merito è tutto di Giorgio!
Giorgio Nascimbene, lo chef, e mia vecchia conoscenza.
Finalmente arrivano Nicholas Vagliviello e Marco Apicella.
Per inciso, quella in ritardo di norma sono io, ma tra chiacchiere e aperitivo quasi non mi sono accorta che i ragazzi hanno sforato l’orario.
Ci accomodiamo al nostro tavolo e ovviamente mi chiedono:
Raffa, raccontaci come era la vecchia ai tuoi tempi.
Mi risulta un po’ difficile parlare perché sto guardando il menu e mi è venuta un’acquolina in bocca che non agevola la conversazione. Ordiniamo e mi faccio portar via dei ricordi.
Quando ero una ragazza La Vecchia Varese era gestita da Buz (chi non ricorda i suoi tacconi all’indiana?) e Daniele (e il rum di commiato?)
Sono cambiati i colori del muri, il pavimento e l’arredamento, ma lo spirito della Vecchia Varese è rimasto immutato.
Qui si è sempre venuti per bere un caffè, farsi una birra con gli amici, oppure cenare, ma sempre e comunque per incontrare qualcuno che si conosceva e per fare quattro chiacchiere, a volte fino a notte fonda.
Tecnicamente è un ristorante, in pratica è un vero e proprio luogo di ritrovo e relax.
Arrivano le nostre portate.
Marco ha preso un fagottino di sfoglia con Toma piemontese e miele,
io degli strozzapreti cacio e pepe e tartufo,
Nicholas spera nella nostra benevolenza.
Non c’è che dire, Giorgio gestisce bene la sua cucina.
Ci ha zittiti tutti e tre, mangiamo e annuiamo, è buono, tutto molto buono.
Durante la pausa Daniela viene a farci compagnia, ci racconta che hanno due menù, uno alla carta che cambia tutti i mesi, e uno, il menù B (il birreria), dove c’è la lista degli hamburger, solo che qui non si chiamano hamburger, che è molto americano, si chiamano svizzere come le chiamavano le nostre mamme.
E ognuno si fa la svizzera ?? che vuole, perché i vari ingredienti si scelgono al momento. Unica precauzione, ci avverte Daniela: non chiedete un’accozzaglia di salse stile USA ??, lo chef potrebbe risentirsi.
Ridiamo alla battuta e ci servono i secondi.
Io ho preso un’orecchia d’elefante ?, i miei soci due svizzere ?, anzi, due svizzerone visto le dimensioni.
Non possiamo che ribadire il nostro giudizio, è tutto ottimo, ben cucinato e con ingredienti di qualità.
Mi dispiace ammettere che non siamo riusciti ad assaggiare i dolci, però so con certezza che lo chef Giorgio rivisita le torte tradizionali con il suo tocco particolare, memorabile la sua crostata di mirtilli con nocciole tritate nell’impasto.
Dobbiamo alzarci, due passi sono d’obbligo dopo cotanta cena.
Ed ecco la novità.
La Vecchia Varese ora ha anche uno spazio all’aperto, una bellissima veranda coperta, rigogliosa di fiori e piante, pare di stare sul terrazzo di una casa privata, non certo in un ristorante.
E qui che ci raggiungono Daniela, Gian Battista e Giorgio.


Rammentano la loro storia di soci, iniziata al ristorante da Vittorio, e la ricordo anch’io, perché Le Curiose hanno debuttato con Il risotto in giallo proprio da loro.
Già a quei tempi, all’inizio della loro carriera nella ristorazione, si percepiva che avrebbero creato il locale giusto per loro, dove l’energia, l’ottimismo e la positività che li contraddistingue sarebbero trasudate dai muri.

È un piacere venire a cena a La Vecchia Varese, è un piacere anche solo berci un caffè, se non lo avete mai fatto questo è il momento giusto.

E se la musica dal vivo è la vostra passione… ci vediamo domenica sera, ovviamente a La Vecchia Varese.

Il video della serata arriverà a brevissimo... stay tuned on:

3 Amici A Cena
Per i video delle altre puntate clicca qui:

3 amici a cena – quinta puntata – la botte

Questa sera non ci sono dubbi, abbiamo già deciso e andiamo diretti sull’obiettivo:

La Botte.


Nicholas Vagliviello e Marco Apicella, i miei compagni di ventura, molto più giovani di me ?, come arriviamo vogliono sapere com’era il locale ai tempi della mia gioventù.

Ebbene, La Botte è stato rammodernato e rinfrescato, ma ha conservato quell’ospitalità e quello stile di pub nostrano.
Il proprietario, Livio Giacoponello, ci accoglie all’ingresso.
È un uomo molto cordiale, ma è preoccupato.
– Non sono abituato a parlare davanti alla telecamera, dice come per scusarsi.
Rispondo io che sono l’addetta alle interviste:
– Non ho mai messo a disagio nessuno e non credo che inizierò questa stasera con te.
Ora, rispetto ai miei tempi, La Botte ha spazi più ampi.
Ci sono due sale al pianterreno, la prima con tavoli di legno e mattoni a vista, la seconda più moderna, dove nel 2007 è stata inaugurata la pizzeria. Al piano di sopra un altro locale, dove Livio ha messo quadri e poster da cui non è riuscito a separarsi durante i diversi ampliamenti.
Ci accomodiamo a un tavolo e guardiamo il menu.

Oltre pizze e panini, troviamo anche tagli di carne particolare. E birre, per ogni gusto e tipo, ma questa è una tradizione.
Con buona pace di vegani e vegetariani, prendiamo una tagliata di Angus, un tris di carni e un entrecôte.
Il servizio è ottimo, veloci e gentili, la ragazza che ci serve, per la gioia dei maschietti, e anche molto, molto carina. ?

Prima arrivano due salsine, a base di peperoni, pomodori ?, peperoncini ?, cipolle, cipollotti ed olio.
Buonissime, sempre che non siate al primo appuntamento galante, nel qual caso assicuratevi che la vostra/o compagna/o almeno le assaggi. Altrimenti tenetevi delle mentine in tasca. Comunque, le suddette salsine, rigorosamente fatte in casa, sono molto gustose.
Mentre attendiamo, ci portano una margherita ?, così per assaggiare. Finisce divorata in meno di due minuti. Ottima, leggera e croccante e con un segreto:
l’impasto è fatto lievitare per quasi 48 ore.
Marco, lo chef, sostiene che la cucina necessita di tempo e pazienza e ha ragione.
Arriva la carne: una delizia per gli occhi e per il palato.

Livio si avvicina e ci spiega.
Servono solo carne italiana, ad eccezione dell’Angus, però usano tagli particolari, che in altre parti del mondo grigliano, ma non in Italia.
Picanha, taglio brasiliano (detta così sembrerebbe un taglio di capelli in voga a Copa Cabana) che corrisponde, più o meno, al codone italiano.
Entrana, taglio argentino (in voga tra i tangueros ? ?a Buenos Aires ?) vicino allo sterno.
Comunque sia, da qualunque parte arrivino, questi tagli di carne sono ottimi, per qualità e per come sono cucinati. Alla Botte usano pietra lavica per grigliare e il sapore ne guadagna.
Nell’intervallo tra carne e dolce, facciamo un tuffo nel passato.
Sì, perché La Botte, è sempre stata, fin dalla sua apertura, il locale dove i giocatori di basket andavano a mangiare qualcosa (e molto spesso a festeggiare ?) dopo la partita.
E anche questa sera c’è una stella della pallacanestro?. Cecco Vescovi, noto cestista e ora allenatore (cliccate qui per una sua biografia) e ovviamente, anche a lui qualche domandina la faccio.
Scopro che è un fedelissimo della Botte, fin da quando giocava nella Emerson, e anche ora che invece allena la Robur et Fides.
Fortuna che indosso i tacchi ?,  altrimenti vicino a lui mi toccava la parte di uno dei sette nani.

Dopo lo sport, giustamente, arriva il dolce ?.
I dolci ? ??.
Crostata ai mirtilli, tiramisù e una crema spolverizzata con le mandorle, tutte e tre preparate da Livio, che è un gran pasticciere, parola di golosona.
Gli facciamo i complimenti, per altro tutti meritatissimi, e lui si siede con noi.

Livio chiacchiera con piacere, ci racconta che alla Botte si sono fidanzati ? in tanti. Tuttora arriva qualcuno che gli dice:
sai che ho conosciuto qui mia moglie?
Ed è stato anche testimone di proposte di matrimonio ?, con tanto di dichiarazione in ginocchio e partecipazione dei clienti.

Sorridiamo a questa pennellata rosa e siamo felici,
perché certe cose non succedono solo nei film.

Nicholas approfitta del fatto che Livio è rilassato e riprende l’intervista.
Lui ci racconta che la sua avventura con La Botte è iniziata da ragazzo, quando ancora studente veniva a lavorare dall’ex proprietario per guadagnare qualche soldino. Nel 1992 l’ha comprata e da allora è sempre stato qui, ad accogliere i clienti con un sorriso sulle labbra e con quel suo modo di fare gentile. Ne è passata di gente nel suo locale, tanti sono tornati e molti sono clienti abituali.
Insomma, serata piacevolissima, cucina ottima e servizio rapido e gentile. E a breve…. Sorpresa!
La Botte diventerà una griglieria vera e propria… ma resterà sempre un locale dove mangiare bene in un ambiente che sa di amici, di sport e famiglia.

Il video della serata arriverà a brevissimo… stay tuned on

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