Rivisitazione di Biancaneve ai giorni nostri

Se i fratelli Grimm fossero nostri contemporanei chissà se Biancaneve sarebbe stata quella che poi Walt Disney ha portato alla fama mondiale?

Viviamo in una società molto diversa da quella ottocentesca, miglior o peggiore sta a ognuno di noi giudicare, ma di certo tutti possiamo convenire che nell’ultimo decennio le cose, e per cose intendo usi, costumi e valori, si siano un po’ fatti confusi.

Non scendo nei dettagli, non è certo il luogo e, di più, io sono una scrittrice, non un’esperta di dinamiche sociali e culturali, mi limito a mettere per iscritto la mia fantasia che è stuzzicata da qualche avvenimento particolare o, semplicemente, da un pensiero nato da chissà cosa.

Così, l’altro giorno è nata Biancaneve ai giorni nostri, liberamente tratta dalla favola dei fratelli Grimm.

Buona letture e, lo spero. Buone risate

Una regina di un regno non identificato stava guardando Instagram (di cucire non se ne parlava proprio, per quello c’erano le sartorie cinesi). Era una giornata d’inverno, temperato sia ben inteso, perché il cambiamento climatico aveva fatto in modo che le stagioni diventassero irriconoscibili. Del resto, il clima prendeva mazzette dalle compagnie petrolifere. Il patto era questo: “ne abbiamo guadagnati talmente tanti che possiamo permetterci una bustarella al clima per fargli fare 18 gradi d’inverno così non devono accendere i riscaldamenti e magari la finiscono di romperci gli zebedei con ‘sti protocolli che tanto li appallottoliamo e ci giochiamo a basket in ufficio.”

La nostra regina desiderava avere una figlia con la pelle bianca come la neve, le labbra rosse come il sangue e i capelli neri come l’ebano, ma il consigliere del re le aveva detto: “Vostra altezza, sarebbe meglio riformulare, altrimenti Lord Politically Correct si offenderà.”

“Non lo possiamo decapitare?” chiese lei ridacchiando mentre leggeva i commenti sotto il post di una tal Ferragni che abitava nel paese dei Balocco.

“No, vostra altezza, se avesse una testa, testa pensante, intendo, e non un groviglio di idiozie al posto del capo, non direbbe certe corbellerie e soprattutto noi potremmo decapitarlo.”

“Va bene,” sospirò la donna, “allora come deve essere questa bambina?”

“Deve appartenere a una minoranza, avere qualche difettuccio, e fosse possibile, ermafrodita, così ci evitiamo il problema transgender.”

Madre Natura, così si chiamava la clinica specializzata in modificazioni del DNA, dove l’ovulo in vitro fu fecondato da uno spermatozoo in ermellino (stiamo sempre parlando di reali), esaudì il desiderio e nacque Biancaneve che, a guardarla bene, non era né bianca come la neve, né bella come una stella.

La regina, ormai social dipendente, si accorse che accudire un neonato non rientrava nelle sue priorità. Chiese il divorzio e partì per gli Stati Uniti per diventare una influencer esperta di cucina vegana. Il re, rimasto solo, si risposò con una donna bellissima, crudele e vanitosa, ossessionata dalla propria bellezza. Questa possedeva uno specchio magico collegato via WiFi a un chirurgo estetico a cui chiedeva ogni giorno chi fosse la più bella del reame, e lo specchio rispondeva sempre:

“Ma ammmmmore, tu! Però passa da me in studio così ti faccio due punturine a quelle labbra lì che adesso vanno di moda più gonfie, e già che ci siamo ti do una sistematina alle poppe.”

Crescendo, Biancaneve, che però tutti chiamavano LGBTQIA per non offendere nessuno e farli contenti tutti, diventò sempre più bella e un giorno lo specchio chirurgo rispose:

“La più bella è ora Biancaneve. Sai, le ho rifatto il naso, il seno e le labbra, sistemato l’interno cosce e le attaccature delle orecchie. Mi è proprio venuta bene.”

Gelosa e furiosa, la matrigna ordinò al cacciatore di corte, che erano anni che non cacciava niente, se non i voti per rimanere in quella posizione privilegiata dove percepiva un salario spropositato per non fare nulla, di portare Biancaneve nella foresta e ucciderla, portando il suo cuore come prova. Tuttavia, il cacciatore, inorridito al solo pensiero di dover camminare in un ambiente a lui sconosciuto, e magari rovinarsi pure le sneakers firmate, la lasciò scappare e portò alla regina un cuore di soia e quinoa.

Biancaneve, ormai sola nella foresta, trovò rifugio in una casetta abitata da sette individui diversamente alti che cercavano giusto una colf. Dopo aver firmato un contratto di lavoro e versato i contributi per non incorrere nelle ire di Lord Fiscus, il tesoriere di corte, la accolsero con la formula: vitto e alloggio compreso. La matrigna, durante una partita di padel, scoprì che Biancaneve era ancora viva.

“Di questi tempi non si trovano più domestici affidabili,” pensò, e decise di pensarci da sola.

Con un filtro TikTok si invecchiò e girò un video dove mise in offerta speciale una mela con il potere di ridurre l’invecchiamento cutaneo dell’ottantotto per cento al primo morso, al secondo di far perdere quattro chili e al terzo di eliminare i peli superflui e farli ricrescere come sopracciglia.

Le linee telefoniche andarono in tilt, tutti volevano quella mela speciale, ma l’ottenne solo Biancaneve che, non appena la ricevette, le diede un morso, poi il secondo e infine il terzo.

Non successe proprio nulla, e la ragazz*, sfinita dalla delusione di non aver visto i suoi desideri realizzati, si addormentò.

I sette diversamente alti, disperati nel non trovare la cena pronta e i letti rifatti come da contratto a tempo indeterminato, la posero in una camera iperbarica, comprata di seconda mano dopo la dipartita di Michael Jackson uno dei più talentuosi menestrelli, sperando che la giovinett* riprendesse le forze e riprendesse a lavorare. Un giorno, un principe che seguiva un corso di yoga – di fatti indossava una calzamaglia – la vide e, accertatosi di essere solo per evitare l’incriminazione per catcalling, le sussurrò: “Scontano i filler di botulino del cinquanta per cento.”

Biancaneve si risvegliò e fissò il principe negli occhi.

“Veramente?”

“Sì, e se ci presentiamo insieme ci omaggiano di una ceretta integrale e di una manicure permanente.”

Fu inevitabile che s’innamorassero.

Dopo otto mesi, giusto il tempo della durata dei parties di addio al celibato e nubilato, firmarono un accordo prematrimoniale e convolarono a nozze.

La matrigna, magnanimamente, fu invitata. Del resto, una volta che te la sposi te la devi grattare, come disse re Carlo III al figlio Harry, era sempre la moglie del re. Fu però punita: niente chirurgo estetico, manicure e pedicure, ciglia finte e sopracciglia tatuate, per la durata dei festeggiamenti. La donna non resse alla crudele punizione e fuggì negli Stati Uniti dove diventò un’esperta di melicultura.

Biancaneve, meglio nota come LGBTQIA, e il principe vissero felici e contenti, e soprattutto in cura da uno psichiatra, perché non riuscivano a decidersi su chi dovesse rimanere incint*.


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