New York, The Big Apple

Sono appena tornata da New York, cinque giorni con una cara amica alla scoperta di una delle città più incredibili abbia mai visitato.
Vorrei raccontarti l’esperienza passo passo, dandovi anche qualche consiglio che ho ricevuto a mia volta e ho trovato estremamente utile.

Se avete intenzione di recarvi negli Stati Uniti, per prima cosa dovete avere un passaporto elettronico e l’Esta, ovvero il visto necessario per poter entrare negli USA, che si può richiedere on-line a questo sito: www.esta-visto.com al costo di $ 14.

Dopo otto ore di volo, più o meno comodi a seconda di quanto sono lunghe le vostre gambe, atterrate al JFK, superate i controlli alla dogana (potrebbe venirvi il sospetto che stiano per arrestarvi perché vi prendono le impronte e vi fotografano) e siete finalmente pronti per affrontare New York. E il primo problema:

come arrivo in albergo?

Ci sono diverse opportunità che troverete elencate con tanto di dettagli a questo link.
La più economica in assoluto è la metropolitana che con un solo cambio vi porta a Manhattan, oppure un autobus ma, poiché sicuramente sarete stravolti e carichi ti valigie, suggerisco qualcosa di più comodo, e non troppo costoso.

Maria ed io abbiamo preso un taxi.

Vi mettete in fila nell’apposita linea, aspettate il vostro turno e avete il primo impatto con i newyorkesi.  Vi piacerà, sono tutti così gentili nonostante vivano in una città a dir poco frenetica.
La corsa dall’aeroporto JFK a Manhattan costa 52 $ a cui si aggiungono 8 $ di pedaggio e 0.80 $ di tassa governativa. I giorni infrasettimanali tra le 16:00 e le 20:00 viene applicato un sovrapprezzo di 4.50 $ per l’ora di punta. La mancia è esclusa.

Facciamo fuori subito il discorso mance.

Negli Stati Uniti il servizio non è compreso nel prezzo, di conseguenza dovete aggiungerlo voi come una percentuale a qualsiasi conto dovrete pagare.
Dipende dal vostro gradimento:
Basso il 10%,
Medio il 15%,
Alto il 20%.

Ci vogliono circa 40 minuti per arrivare dal JFK al centro di Manhattan, ma avrete la possibilità di dare un primo sguardo alla città. La cosa buffa è che la prima impressione è quella di esserci già stati, riconoscete lo skyline, gli enormi ponti che attraversano l’Hudson e sapete anche che laggiù, oltre quello stretto braccio di mare, c’è la statua della libertà. La seconda impressione è che Napoli gli automobilisti siano estremamente pacati e silenziosi.

A New York suonano tutti, a qualsiasi cosa o persona si avvicini al bordo di una delle enormi Avenue o Street.

E qui ci vuole una precisazione.

Le Avenue, quasi sempre due corsie a senso unico, tagliano Manhattan da nord a sud. Capisco che se non siete Livingstone il nord e sud possono apparirvi concetti astratti, diciamo che dalla punta più estrema di Manhattan (sud) salgono su verso Central Park, Harlem e via.
Le Street, quasi sempre una corsia a senso unico, tagliano Manhattan trasversalmente, da ovest a est.
È la Fifth Avenue, la più famosa, la più conosciuta in assoluto, che divide Manhattan a metà, decretando che le strade alla sua sinistra, guardando verso il mare, siano le Est Street, mentre quelle alla sua destra le West Street.

West side story, vi ricorda qualcosa?

Perdersi a New York è praticamente impossibile, è più facile smarrirsi in uno dei suoi giganteschi centri commerciali, ma per strada vi assicuro di no. Qui le vie con un nome le contate sulla punta delle dita, sono tutte quante numerate, ed è più semplice ricordare un numero che ricordare viale Regina Margherita di Savoia, per dirne una a caso.

Depositate le valigie al nostro hotel, il Park Central, che mi sento di consigliare per via dell’ottima location, dista  300 m da Central Park e  quasi altrettanti da Time Square, siamo partite alla scoperta di New York.

È buona norma per qualunque viaggio si affronti essere preparati, avere studiato un minimo la guida della città per sapere che cosa vedere e stilare la propria lista delle priorità.

Quattro giorni non sono poi tanti, soprattutto per una città di queste dimensioni, ma non sono nemmeno pochi per una città così moderna.
Mi spiego meglio. Per vedere Roma, Venezia Firenze, solo per citarne alcune, ci vorrebbero un paio di mesi perché a ogni angolo c’è un palazzo storico, uno scavo archeologico, una statua antica, un museo.  A New York non è così, ci sono dei posti legati alla storia, ma è una storia recente, diciamo 300 anni, di conseguenza ci sono più di settecento anni in meno di luoghi da visitare.

Ciò nonostante, New York vi incanta.

La nostra prima tappa, assolutamente casuale, è stata la Trump Tower, 725 5th Avenue, con i suoi miseri 58 piani e il suo lusso sfrenato.



L’atrio cui si accede previ controlli di sicurezza, ma questo vale per ogni posto di New York a eccezione di Starbucks, è faraonico. Marmo rosso ad altezza di quattro piani ricopre pareti e pavimenti, una cascata alta un paio di piani genera un rilassante rumore, salvo siate la ricerca di una toilette.
Delle scale mobili portano ai piani superiori che circondano l’atrio come portici del futuro, dove si trovano alcuni caffè. Più di così non si può salire, a meno che voi non siate residenti.

Subito fuori da una delle proprietà immobiliare di Mister President Donald Trump c’è uno dei luoghi più popolari dell’immaginario collettivo: Tiffany.


Potevamo forse non fare una tappa dove l’indimenticabile Audrey Hepburn faceva colazione?

Si può visitare pur non comprando nulla, e anche qui la gentilezza, come i gioielli da capogiro, è di casa.

Proseguendo verso sud sulla Quinta, a parte i negozi delle grandi firme di moda troviamo St. Thomas, una delle tante chiese di New York. Ci siamo perse le prove del coro per un soffio, ma ci siamo riposate godendoci le squisite sculture che adornavano l’altare maggiore sedute su panche di legno con tanto di cuscini rossi imbottiti.

Un po’ più a sud, e dopo una decina di negozi da perderci le cornee, si staglia St. Patrick, la cattedrale di New York.

Sembra sia stata terminata il giorno prima da tanto è pulita e perfetta. Tenuto conto che è una delle città più trafficate al mondo, potete immaginarvi il livello di smog e, di conseguenza, il colore di alcuni edifici. Il mistero di tanto candore c’è stato svelato il giorno dopo. Qui lavano tutto costantemente con l’idropulitrice! San Patrick è bellissima, luminosa e accogliente. Diversa dalle cattedrali europee dove spesso l’atmosfera è cupa, a volte tetra. Qui le altissime volte sono inondate di luce che si riflette sul marmo che diventa così bianco da fargli perdere la consistenza di pietra e acquisire quella di nuvola, soffice e immacolata.

Siamo all’altezza della 50ª strada, e la mappa indica che siamo vicine al Rockfeller Center.

Questo è uno di quei posti già nella vostra memoria.
Quanti film abbiamo visto ambientati proprio qui vicino alla pista di ghiaccio che allieta i newyorkesi 12 mesi all’anno?
Quante volte abbiamo visto le bandiere di ogni nazione sventolare festose?

Il centro, che in pratica è un quartiere che circonda la suddetta pista il ghiaccio, è stato costruito da mister John D. Rockefeller, Jr., miliardario, magnate petrolifero e filantropo americano.

I lavori iniziarono il 17 maggio 1930 su un terreno di proprietà della Columbia University e il 1º novembre 1939 i 14 palazzi in stile Art déco del complesso erano terminati con successo.
Tra gli anni ’60 e ’70 si aggiunsero altre 4 torri nella zona ovest del complesso, lungo la Avenue of the Americas o piu semplicemnete la Sesta Avenue.

In uno dei grattacieli del Rockfeller Center, di fianco alla pista di ghiaccio, ha la sede l’osservatorio, più noto come Top of the Rock. Per salire bisogna innanzitutto pagare il biglietto e poi, a seconda delle ore del giorno, fare una coda più o meno lunga. Quando ci siamo arrivati noi, l’attesa era di due ore, ragion per cui abbiamo posticipato la visita alla mattina seguente.

Proseguendo sulla 50 Street abbiamo raggiunto la Settima Avenue (sempre diritto, impossibile perdersi giuro!), girato a sinistra e siamo arrivate a: Times Square.


Per i primi 10 minuti non abbiamo parlato. Ferme con il naso per aria a guardare decine di video più o meno giganteschi che trasmettevano ogni tipo di pubblicità. Il traffico è incredibile, il rumore inimmaginabile e la quantità di persone anche. Ci vuole un attimo per riprendersi dallo stupore. Qui non c’è niente di storico niente che ricordi gloriose gesta passate, questo pare l’ombelico del mondo consumista. Shop until you drop, fai shopping finche non cadi. C’è una cacofonia di luci, suoni, odori e lingue, in poche centinaia di metri quadrati si trovano persone di ogni angolo del pianeta.

Ormai è buio, stordite, stanche e affamate, non ci resta che trovare un posticino dove mangiare.

Di posticini dove cenare a new York ce ne sono a migliaia, ma qui, sulla Settima, Zona Central Park, sono per la maggior parte italiani. E non è che posso venire a New York a mangiare la carbonara!
Cerchiamo qualcosa di caratteristico, di molto americano, alla fine, stremate puntiamo in quella che sembra una tavola calda uscita dagli anni ’70.
Tavoli e panche di legno, alle pareti fotografie di attori famosi, su i separé di legno tra i tavoli targhette con nomi a noi sconosciuti. È il cameriere a raccontarci con orgoglio che siamo sedute al tavolo delle star dei programmi radiofonici dell’epoca. Un hamburger e una birra e le quasi ventiquattr’ore sveglie si fanno sentire. Il momento di una nottata di sonno è arrivato.

L’indomani il tempo è grigio, caldo e umido come il giorno prima, ma minaccia pioggia. Dopo una classica colazione da Starbucks ripartiamo come le Pink Ladies.

Prima tappa, il Top of the Rock. Niente da fare, nemmeno oggi ci riesce di salire. Vista la minaccia di pioggia non aprono. Pazienza ci incamminiamo sulla Quinta Avenue e puntiamo a sud.

A New York rischiate la cervicale, si cammina con il naso per aria, perché a ogni incrocio c’è la possibilità di vedere uno dei suoi tanti famosi grattacieli.

Il Chrysler, ad esempio. Costruito negli anni 30 dal fondatore e proprietario dell’omonima casa costruttrice di automobili, ha la cima a forma di radiatore.

Così dicono le guide, personalmente non ho mai visto il tappo di radiatore fatto così, ma del resto non ho nemmeno visto molti radiatori. Non ci avviciniamo perché non si può visitare l’interno, solo l’atrio.

Deviamo verso la New York Public Library.  In questa città ci si aspetta di vedere grattacieli di vetrocemento, non certo palazzi che ricordano l’architettura classica con tanto di scalinate, colonnato e due immensi leoni di pietra.

I loro soprannomi sono cambiati nel corso dei decenni. Da Leo Astor e Leo Lenox, dai fondatori John Jacob Astor e James Lenox. Più tardi, furono chiamati Lady Astor e Lord Lenox (anche se entrambi i leoni sono maschi). Durante gli anni ’30, il sindaco Fiorello LaGuardia li chiamò Patience and Fortitude, pazienza e coraggio, per le qualità che riteneva che i newyorkesi avrebbero dovuto possedere per sopravvivere alla depressione economica. Patience sorveglia il lato sud dei gradini della Biblioteca e Fortitude quello nord.

L’interno della biblioteca è un tripudio in marmo, legno e, ça va sans dire, carta stampata.

 

Ammetto che Maria ha dovuto trascinarmi fuori da una delle enormi sale di lettura.

All’uscita la giornata è sempre più grigia, la cima dell’Empire è nascosta tra le nuvole, si può salire, ma non vedremmo assolutamente nulla.

La pioggia ci spinge a cercare riparo da Macy che si definisce il più grande negozio al mondo. Ora, grande è grande, ma a mio parere Harrods a Londra lo batte, ma quanto pare i britannici non sono interessanti a un tale primato.

 

 

 

All’interno potete trovare di tutto, dalle scarpe alla biancheria da letto, dai piatti ai reggiseni giunonici.

Siamo già a 12 km percorsi e ci vuole un caffè.

Starbucks è una delle catene di caffetterie più famose al mondo. Qui a New York ce n’è una ogni 10 metri e non sto scherzando. Io ripiego su un Chai Tai Tea, nonostante io sia una caffeinomane qui il caffè non mi riesce proprio di berlo.

Diluvia, fradice ma tenaci, raggiungiamo il Grand Central Terminal, la stazione di Manhattan.

Il soffitto dell’atrio centrale rappresenta la volta celeste con tanto di costellazioni che, così si dice, non sono proprio astrologicamente esatte. Nel mezzo c’è un orologio a quattro facce con i quadranti di opale dal valore di, udite udite, una ventina di milioni di dollari.

Gente che viene e gente che va, tra di questa noi che ce ne torniamo in albergo gocciolanti.

A cena andiamo da Bobby’s Vans Stekhouse e vi lascio immaginare cosa abbiamo mangiato. Unica concessione all’Italia un ottimo vino rosso che ci ha scaldato a sufficienza per una visita notturna a Time Square, sempre più illuminata e sempre più caotica.

È il momento di fare una precisazione.
New York è una città estremamente affollata di turisti, si corre quindi il rischio di passare molto tempo in coda per poter entrare nei luoghi più visitati. Parte del problema si può risolvere acquistando un New York Pass con quale  avrete diritto ad accedere a più di 100 attrazioni, senza dover pagare più nulla e avvalendovi del Fast Track, ovvero la possibilità di saltare code chilometriche. Compreso nel pass c’è il tour della città su un bus a due piani che noi abbiamo usato il giorno dopo.

New York ci accoglie al nostro risveglio con una giornata di sole e vento. La temperatura ancora non la conosciamo, se guardiamo dalla finestra del nostro albergo per strada passano persone con sandali e canottiera e altre con sciarpe e piumino. Noi ci fidiamo dei primi, e facciamo male. Dobbiamo tornare a recuperare maglioni pesanti.

Andiamo verso sud e tra gli ultimi grattacieli famosi incontriamo il Flatiron, il ferro da stiro.

Dove lavorava Superman quando non indossava la calzamaglia per intenderci. Dall’alto sembra un ferro da stiro, appunto, dal basso, invece la prua di un transatlantico in procinto di risalire la Quinta Avenue.

Attraversiamo il Greenwich Village, Soho, Little Italy e Tribecca, più scendiamo più l’altezza dei palazzi diminuisce. Qui quartieri sono meno moderni, la vita è sempre frenetica, ma ci sono negozi di alimentari, di frutta e verdura, di barbieri con l’insegna bianca rossa e blu che sembra un enorme lecca lecca. Poi, improvvisamente, tutto ricomincia a salire, le altezze si fanno vertiginose e l’architettura sempre più avveniristica.

 

 

 

 

Siamo a Wall Street, il quartiere finanziario di New York. Il toro della borsa è circondato da turisti che lo fotografano lo accarezzano dovunque, anche nelle parti più intime. Poveretto.

Subito dopo Wall Street si apre Battery park da dove partono i traghetti per la statua della libertà ed Ellis Islands. I biglietti ce li avremmo, quello che ci manca è la voglia di stare un paio d’ore in balia di un vento artico aspettando di imbarcarsi per una crociera con mare forza tre.

Salutiamo la statua della libertà da lontano e puntiamo verso Brooklyn.

Di nuovo una precisazione.

New York è molto semplice da girare, ma è anche molto grande quindi si rischia di perdere tempo prezioso solo per gli spostamenti. O usate la metropolitana o, se come me e Maria non amate molto viaggiare sottoterra, prendete un taxi. Costi a parte, prendere un taxi a New York è un’impresa eroica. Dovete mettervi sul ciglio della strada e agitare la mano in direzione di ogni macchina gialla voi vediate. Se non se ne ferma nemmeno una, dovete fare un passo in mezza strada e ripetere la procedura. Se non vi arrotano, o non vi uccidono a colpi di clacson, potrebbe anche essere che ci riusciate, ma se non ce la fate usate Uber.
Dall’applicazione chiedete una corsa, quelle in pool (condivise) sono estremamente economiche, il sistema rintraccia la vostra posizione e vi metterà in contatto con l’autista più vicino. Dopodiché fatevi trovare pronti, tempo cinque minuti vi verranno a prendere. La corsa sarà pagata all’applicazione tramite carta di credito o Pay Pal. Anche le mance sono gestite così. Poiché gli autisti difficilmente parlano italiano, se voi non parlate inglese, ammetto che potreste avere qualche difficoltà a farvi intendere. Questo è il momento buono per pensare a un corso di inglese.

Con un taxi Huber siamo arrivate a Brooklyn, a Dumbo, Down Under the Manhattan Bridge Overpass, che si estende tra il ponte di Brooklyn e quello di Manhattan.

Quartiere molto carino, decisamente a grandezza uomo, con vecchi magazzini portuali ristrutturati e riattati a ristoranti e negozi.

Poco distante il ponte di Brooklyn con la Pedestrian Walkway.  1865 metri per attraversare l’Hudson a 41 metri dall’acqua. Costruito tra il 1869 e il 1883 su progetto dell’ingegnere tedesco John Augustus Roebling è decisamente un capolavoro di ingegneria. Si racconta che il giorno dell’inaugurazione, poiché i newyorkesi temevano potesse accadere il peggio, l’ingegnere, per rassicurarli, lo attraversò con un branco di elefanti.
Ora, dove si potesse trovare un branco di elefanti alla fine del 1800 a New York non c’è dato di sapere. Comunque sia, la passeggiata è decisamente suggestiva, davanti a voi si estende uno degli skyline più famosi al mondo e di nuovo la sensazione di essere già stati qui e di aver già visto tutto è prepotente.

Tornate a Manhattan ci restano un paio di ore prima del buio, facciamo il punto della situazione e la decisione è quella di spostarci a ovest per una visita commemorativa. Di nuovo una richiesta a Uber e dopo cinque minuti (e aver attraversato avanti e indietro sei volte una Avenue larga come un campo da calcio) siamo in auto.  Un tragitto di una decina di minuti e arriviamo al One World Trade Center.

Qui prima dell’11 settembre sorgevano due torri gemelle, ora ci sono due piscine che ricordano le migliaia di persone morte quel giorno che rimarrà impresso a fuoco la nostra memoria. A sorvegliarle dai suoi 541 metri di altezza la Freedom Tower o il One Wolrd Trade Center, inaugurato nel 2014.

 


Nonostante siamo circondati dal traffico frenetico di New York, qui pare esserci silenzio. È un cimitero, questo luogo è stato testimone della prima enorme tragedia del nuovo millennio, testimone di quanto l’essere umano possa essere malvagio e feroce. Ma anche testimone di tanti atti di coraggio e di altruismo. Non mi dilungo, non è un ricordo felice, Maria ed io abbiamo camminato in silenzio, avvolte dal dolore che aleggerà sempre qui.

E non voglio nemmeno parlare del Westfield World Trade Center, aperto dopo 15 anni dagli attentati dell’11 settembre che avevano distrutto il precedente Mall, uno splendido (architettonicamente parlando) centro commerciale, che io non avrei costruito qui.

FOR FRIDAY: WESTFIELD Mall, WTC. Photo Courtesy of Westfield Mall PR.

Capisco che la vita debba sempre continuare, che la vita vince sempre sulla morte, ma fare acquisti dove migliaia di persone sono state uccise da un atto terroristico, non mi sembra bello. A dir la verità, mi pare un po’ disumano.

È di nuovo sera, torniamo in albergo e decidiamo per la cena.

Ted’s Montana Grill, una steakhouse vecchio stile, arredata come un elegante saloon, con tanto di testa di bisonte impagliata appesa al muro. Ci facciamo tentare, non lo abbiamo mai assaggiato, e quindi: filetto di bisonte. Niente male, proprio buono. A non averlo saputo sarebbe passato per manzo. Lo gustiamo con del vino rosso californiano che, al solito, ci scalda a sufficienza per decidere di riprovare a salire al Top of the rock.

Questa volta ce la facciamo.
Siamo all’86º piano, la salita è durata 43 secondi, mi si sono chiuse le orecchie e quando sono scesa l’unica cosa che sono riuscita dire è stata WOW!
Difficile descrivere l’emozione di una città illuminata da miliardi di watt che si estende ai vostri piedi. Lascio parlare le foto al posto mio.


Il nostro ultimo giorno a New York è dedicato all’Empire State Building e a Central Park.

Il grattacielo più famoso di New York è stato costruito in meno di due anni e concluso il 1 maggio del 1931. A causa della grande depressione che affiggeva l’economia americana rimase praticamente vuoto per qualche anno. Difatti a quei tempi veniva chiamato l’Empty building – la costruzione vuota. Pare che per dare l’impressione contraria, i costruttori pagassero degli uomini per accendere e spegnere le luci negli appartamenti e uffici di tutti i 102 piani del grattacielo.

 

 

 

 

 

 

 

 

Grazie al nostro New York Pass non facciamo coda, superati i controlli di rito, saliamo subito sull’ascensore che ci porterà all’86º piano dove c’è il museo. La vista è ancora più stupefacente che dal Top of the Rock di notte, lo sguardo spazia libero fino all’orizzonte, dove la città lascia il posto ad acqua e natura.

Il museo della storia dell’Empire è affascinante, guardare le foto quasi un secolo fa, dove operai senza alcun tipo di protezione e di abbigliamento adatto, scavalcavano ponteggi a oltre 300 m dal suolo, indirizzando enormi travi di acciaio nella giusta sede a mani nude,  ci fa percepire quanto sia stata grandiosa un’impresa del genere. E si sale ancora dall’86º si passa al 100º, sulla terrazza aperta. Il freddo è inenarrabile come la vista. Da qui sopra gli altri palazzi sembrano costruzioni in lego, solo pochi grattacieli, tra cui il Chrysler, guardano negli occhi l’Empire.

Usando uno dei cannocchiali a piantana a disposizione dei turisti si può vedere la statua della libertà e non è difficile essere contagiati da uno strano senso di onnipotenza.

Scese da altezze vertiginose ci dirigiamo a Central Park, ovvero il polmone di New York. L’idea e la costruzione del parco risalgono ai primi decenni del 1800, quando la città triplicò i suoi abitanti e la necessità di un posto dove potersi rilassare si fece impellente.

Una curiosità.

Prima di iniziare a costruire il parco, si è dovuto evacuare l’area dai suoi abitanti, molti dei quali erano poveri immigrati tedeschi o irlandesi oppure afroamericani. Molti di loro vivevano in piccole comunità, come Seneca Village, Harsenville, il Piggery District o il convento delle “Sisters of Charity”. I circa 600 operai residenti nell’area furono sfrattati grazie all’Eminent Domain (una forma di esproprio) nel 1857 e il Seneca Village e le altre comunità furono abbattute per creare spazio per il nuovo parco. Il responsabile di questa operazione è stato il nonno del futuro campione di baseball Joe Pipitone.

Bastano cinque minuti al suo interno e il rumore del traffico si affievolisce fino a scomparire. Tutto è verde, alberi e prati, decine di scoiattoli osservano i passanti con una ghianda tra le zampe, per nulla intimoriti. C’è chi corre, chi passeggia, chi amoreggia, chi legge, chi pattina, chi canta, chi si sposa e via all’infinito. Decine di chilometri di sentieri lo percorrono interamente, suo interno si trovano laghi, prati e boschi. Non è che ci siano piante magiche o personaggi mitologici, è semplicemente un parco, ma non un parco qualunque, è Central Park. E per l’ennesima volta vi sembra di esserci già stati. Quello skyline, quel ponte, quelle rocce, quella passeggiata intorno al lago, sì, ci siamo già stati, all’incirca tutte le volte che abbiamo visto un film su New York.

Ultima sera nella Big Apple e ultima cena USA, da Rosie O’Gradys, un caratteristico pub ristorante di ispirazione irlandese. E cosa avremmo potuto mangiare se non un l’hamburger alto mezzo metro e con all’interno tanti di quegli ingredienti che per ricordarli tutti dovrei sottopormi ad ipnosi?

Buono, succulento, probabilmente terribilmente calorico, ma assolutamente gustoso. La giusta conclusione di questa vacanza a New York.

L’indomani c’è il tempo di vedere la Quinta Avenue chiusa al traffico per una sfilata tutta sudamericana, con tanto di ballerini di tango e fare una fotografia in mezzo a una Street completamente deserta.

Del resto dicono che a New York può succedere di tutto.

Mi auguro abbiate trovato la mia New York (per principianti)  interessante e i consigli utili e, se avete delle domande, non esitate a chiedere, sarò felice di esservi d’aiuto.

Buona vita a tutti voi, e vivetela bene,
nessun altro lo farà per voi.

 

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